Salgono i tassi ufficiali: cosa scegliere tra fisso e variabile

Cosa scegliere tra tasso fisso e variabile?

Se non può definirsi filosofico, dato che concerne direttamente le finanze personali e familiari, il dibattito tra mutuo a tasso fisso e variabile è sicuramente esistenziale. Perché una valutazione sulla maggiore convenienza dell’uno rispetto all’altro può essere fatta solo a posteriori, cioè dopo che l’intero piano di rimborso più gli interessi sarà completato.
Al momento della scelta, invece, si tratta essenzialmente di scegliere tra la rata più bassa oggi che si ottiene con il variabile e la certezza della rata costante nel tempo che caratterizza il fisso. In sostanza, chi sceglie il fisso paga “l’assicurazione” relativa al fatto che la somma da sborsare mensilmente non cambierà, né verso l’alto, né verso il basso (ipotesi, quest’ultima, attualmente solo scolastica dato che i tassi ufficiali sono a zero).

Il cambio di rotta

Già da qualche settimana i tassi applicati sui mutui (soprattutto quelli a tasso fisso) erano in tensione nella prospettiva di un rialzo dei tassi ufficiali. La Bce ha da poco confermato quelle voci, annunciando che a luglio vi sarà un primo rialzo dello 0,25% e a settembre uno della medesima entità. In sostanza, finisce la lunga stagione dei tassi zero, dato che oggi l’urgenza è frenare l’inflazione, che a maggio ha superato l’8% nell’Eurozona. Con diversi analisti che ritengono possibile un picco intorno al 9% entro la fine del terzo trimestre.
Ricordiamo che l’inflazione è una tassa occulta sui patrimoni, dato che fa perdere valore ai risparmi accumulati negli anni, e che lo statuto della Banca centrale europea affida all’organismo il compito di mantenere i tassi ufficiali in prossimità del 2%. Per oltre un decennio, i prezzi al consumo sono rimasti al di sotto di questa soglia, ma prima la ripresa economica post-pandemica, poi i colli di bottiglia emersi in alcune catene globali, infine l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, hanno prodotto un’impennata inflattiva.

I criteri di scelta

Se le banche devono pagare interessi più elevati per finanziarsi, a loro volta tendono a scaricare l’extra-costo sui loro clienti che richiedono allo sportello un prestito o un mutuo.
Secondo le ultime rilevazioni l’Irs a dieci anni (benchmark per i mutui a passo fisso) è passato dall’1,51% di aprile all’1,78% di maggio, mentre la scadenza ventennale è salita dall’1,56% a 1,84%.
Questo mentre l’Euribor, riferimento per i mutui a tasso variabile, è ancora negativo: a un mese si attesta a -0,55%, a tre mesi a quota -0,39%.
Così la forbice tra le due soluzioni si è ampliata. Questo spiega la forte crescita in termini relativi de tasso variabile rispetto allo scorso trimestre (+53%), anche se in assoluto questi contratti riguardano solo un sesto del totale, contro i quattro-quinti di mutui a tasso fisso e una quota marginale (3,5% del mix) del variabile con cap (dallo 0,6% al 3,5% del mix), che consente ai mutuatari di mettersi al sicuro da eccessivi aumenti dei tassi d’interesse.

Situazione paradossale

I prossimi mesi ci diranno se questo processo di avvicinamento tra le scelte del fisso e quelle del variabile proseguirà o meno. Per il momento appare paradossale che il recupero del variabile avvenga proprio mentre l’Eurotower si appresta ad avviare la stagione dei rialzi dei tassi, che di fatto andranno a penalizzare chi ha sottoscritto un variabile.
In realtà, a ben vedere, non è detto che l’opzione variabile sia sbagliata: un differenziale dell’1,16% significa che il fisso resterà più caro fino a che la Bce non effettuerà il quinto rialzo di 25 punti base. E, con la crescita economica in forte rallentamento, appare improbabile che questo avverrà nei prossimi due-tre anni. A meno che l’inflazione non permanga sui ritmi attuali o addirittura acceleri ulteriormente.
In sostanza, si punta sul risparmio a breve, nella consapevolezza che se verrà meno la convenienza del variabile, si potrà sempre surrogare il contratto di mutuo. (L.dell'Olio)
 

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